Tra fantasia e realtà

Capitolo 10

Rodrigo!” – strillò Marco
Rodrigo un corno!”  rispose quello  “Idiota! Marinaio da strapazzo!

Menomale” proseguì Marco  “pensavo di averti perso in mare! Goffredo, ti presento il mio amico Rodrigo. Rodrigo, questo è Goffredo e ci condurrà all’arena“.
Lo so benissimo chi è il bruco, stupida creatura! Goffredo, lieto di incontrarti. E ora se non ti spiace conducici al deposito bagagli, che sono molto stanco”.
A Marco Polo sono stato assegnato” rispose Goffredo “e per il suo guscio mi sono organizzato. Sono dispiaciuto, mio caro sventurato, ma Poldo e Ivo me l’hanno ordinato!
Oh questo è davvero troppo!”  protestò Rodrigo, riprendendo a camminare lungo la vasta distesa di sabbia in direzione della foresta.
Aspetta!” intervenne Marco “Andiamo tutti assieme!
E così lo strano gruppetto si incamminò per risalire la spiaggia. Goffredo recitando alcuni versi in latino, dei quali nessuno capiva nulla. Marco trascinando alla bell’e meglio quel che restava del canotto e Rodrigo in ostile silenzio, frettoloso e sbuffante sotto il guscio.

Camminarono per un po’, ognuno immerso nei propri pensieri. Marco cercava di dare un senso agli eventi accaduti fino a quel momento e spaziava con lo sguardo alla ricerca della ciabatta del nonno e di tutte le altre ciabatte dell’isola.
D’un tratto, appena varcata la soglia della foresta, Goffredo si fermò.
Ecco il punto concordato. Lombrico Vanessa, dove ti sei ficcato?
Da una piccola fessura di un bel cipresso sbucò un simpatico bruco dalle sfumature azzurrine.
Eccomi Goffredo” rispose Vanessa un poco affannata.
Che strana conchiglia” fece poi a Marco “mi aveva avvertito Ivo che sarebbe servito molto spazio, però non avrei mai pensato … be’ facciamo presto, e complimenti ancora per il tuo guscio” diceva Vanessa indicando a Marco un buco molto profondo ma, ahimè, piuttosto stretto, sul tronco dell’albero.
Marco cercò in tutti i modi e con tutte le sue forze di farci entrare il canotto, ma una parte di questo pendeva inevitabilmente fuori, ciondolando su un fitto cespuglio spinoso.
Pazienza” pensò Marco “ Tanto era già bucato. Francesco mi perdonerà senz’altro, perchè noi siamo amici”.
Questo pensiero provocò però una smorfia di tristezza sul volto del bambino, che di colpo si ricordò la reazione dei suoi amici di qualche ora prima.

Vanessa intanto, soddisfatta della collocazione del canotto, indicava Rodrigo, del quale non era rimasto che un guscio vuoto. L’animaletto infatti, offeso ed imbronciato, si era ritirato sul fondo della conchiglia, che ora sembrava davvero disabitata.
E’ il tuo beauty case Marco?” chiese Vanessa “Puoi ritirarlo nel buco“.
A tali parole Rodrigo sbucò fuori come una furia, urlando che nessuno gli aveva mai dato del beauty case e che le cose erano cambiate parecchio da quando il suo bis nonno aveva partecipato al primo P20 della storia.
Oh chiedo scusa” proseguì timidamente Vanessa “non avevo capito che eravate una coppia!
Marco e Rodrigo si guardarono imbarazzati per un secondo e poi esclamarono in coro
Non siamo una coppia!
Ohh” riprese Vanessa “non volevo offendere un membro del tuo staff!”
Rodrigo arrabbiatissimo si ritirò nuovamente all’interno della conchiglia, emettendo un rumore sordo e secco.

Marco pian piano riprendeva conoscenza e subito gli tornava in mente l’avvenuto viaggio in canotto.

Rodrigoo .. Rodrigoooo” iniziò a chiamare l’amico paguro, cercando al contempo di alzarsi in piedi.

Qualcosa però rendeva difficoltoso ogni movimento: il canotto, mezzo sgonfio e ancora legato alla vita di Marco, gli ricadeva addosso, arrotolandosi sul suo corpo e impedendogli di alzarsi in piedi.

Il bambino allora iniziò a trafficare con la corda i cui nodi, ancora umidi, erano però difficile da sciogliere.

Per una buona mezz’ora Marco fu impegnato in quest’attività.

Ogni tanto alzava la testa e urlava il nome del paguro e non si accorgeva della minuscola creatura che piano piano gli si avvicinava.

Quando ebbe finito balzò in piedi tutto contento e prese a saltellare avanti ed indietro per esplorare la grande spiaggia sulla quale era approdato.

Intorno a sé vedeva solo sabbia. Alle sue spalle, il mare tranquillo e pacifico accarezzava la costa mentre davanti, in lontananza, Marco scorgeva una specie di foresta di cipressi e pini dagli alti arbusti, posta in cima ad una sorta di collinetta. Alberi e cespugli fitti fitti dai quali sembrava provenire una sorta di melodia.

O forse, era solo la sua immaginazione.

Rodrigoo” riprese Marco “Rodrigoooo

Eh tu …. attentoo!!” si sentì di colpo.

Eh??” – esclamò Marco sorpreso.

Col tuo troppo saltare mi stavi per calpestare!

Marco si guardò intorno ma non vide nessuno. Stava per riprendere la ricerca di Rodrigo quando sentì

Un paguro sbadato non verrà mai ascoltato!

La voce proveniva dal basso. Proprio ai piedi di Marco un minuscolo lombrico blu agitava le zampine timoroso di essere pestato.

E tu chi sei?” chiese Marco, per niente stupito dell’incontro con il bruco parlante.

Sono Goffredo, come già saprai. Ti conduco all’arena, in fretta e senza guai“.

Caspita!” rispose Marco.

Parlo cinque lingue, per ogni tua necessità, e in ogni situazione, ti dirò sempre la verità“.

Marco era estasiato dall’intelligenza di quell’esserino. Un lombrico parlante che si esprimeva in rima, questo si che era buffo!

Io sono Marco, tanto piacere di conoscerti“.

E ora raccogli la tua conchiglia, che ci aspettano tante miglia!“.

Quale conchiglia?” chiese Marco

La tua buffa conchiglia, che a un guscio poco assomiglia”  rispose Goffredo.

Ti ho riservato un posto al deposito bagagli. Presto presto, non perderti in dettagli!

Deposito bagagli??” cercava di informarsi Marco,

In tutti i P20 cui ho partecipato, mai ho incontrato un paguro così disinformato!

Mentre Goffredo si agitava il bambino riprendeva l’esplorazione della spiaggia e scopriva decine e decine di bottiglie di plastica abbandonate sulla riva. E scatolette di tonno anche, disperse a centinaia e mezze affondate nella sabbia.

Marco però cercava le ciabatte.

Una cosa era certa nella sua testolina: non sarebbe tornato a casa senza portare con sé il sandalo marrone del nonno. Come sarebbe stato felice, il nonno, di poter rimettere le sue ciabatte preferite!

Ehi Goffredo, ma perchè la spiaggia è piena di bottiglie e di scatole di latta?

Sono gli uomini che ce le mandano. Sai che spesso sono loro che comandano!

E le ciabatte?

Mentre Goffredo stava per rispondere si sentì tossicchiare e brontolare in lontananza.  Un bel paguro dalla conchiglia bianca si avvicinava affondando le zampine nella sabbia.

Cap 8 – La n. 46

Intanto dall’altra parte dell’isola fervevano i lavori. Dietro la collinetta erbosa che limitava la vista di Marco si estendeva infatti una vasta spiaggia di pietre e scogli sulla quale si affaccendavano minuscole creature.

La spiaggia era tutta un brulicare di paguri, ricci, granchi, gamberi e altri molluschi.

Sopra, come a voler controllare e dirigere i lavori, giravano in tondo i gabbiani, gracchiando ordini indecifrabili.

Sul gruppo di scogli bassi a sinistra un grosso granchio sembrava avere un gran da fare.

Spostati!” urlava ad un piccolo riccio avvinghiato ad uno scoglio poco distante da lui.

Non mi muovo affatto!” rispondeva quello.

Poco più in là un altro granchio dalle sfumature arancioni discuteva con un riccio posizionato su una larga ciabatta gialla.

Avevi detto che potevo tenerla fino a domenica” piagnucolava “e non voglio lasciarla oggi”.

Un piccolo gruppo di ricci stava tirando a lucido uno scoglio, non senza discussioni.

Fatti più in là!” diceva uno al suo vicino

Fatti più in là tu!” rispondeva questo.

Sono stanco” diceva un terzo all’altro capo della fila.

Io qua non ci volevo venire” si lamentava un quarto.

Accanto al buffo gruppetto due grossi granchi rossi e gialli discutevano fitto fitto.

Proprio vicino a questi atterrarono improvvisamente, con un tonfo ed una nuvola di piume il primo e leggiadro ed elegante il secondo, Poldo e Ivo.

Come procedono i lavori Martino?” chiese Ivo al granchio più rosso.

Mah” rispose questi scuotendo la testa serissimo  “è sempre la stessa storia: ogni riccio un capriccio!

Abbiamo un problema” intervenne Poldo  “dobbiamo posizionare Marco dal Polo, un paguro lungo almeno 120 centimetri!

Perdindirindina!” rispose Martino  “uno scherzo della natura!

Beatricee … Bratriceeeeeee” urlò subito dopo “portami la n. 46!

Cosaaa??” obiettò quella “la n. 46 non l’abbiamo mai usata! Quale essere potrebbe mai ..

Silenzio!” la interruppe Martino “Qua gli ordini li do io e devo già discutere con i ricci perciò almeno tu, cara, cerca di collaborare”.

Beatrice, un bel granchio dalle chele dure, si avviò a testa bassa seguita da un numero indefinito di granchietti verso una collinetta variopinta composta da un gigantesco mucchio di ciabatte di ogni colore, forma e dimensione.

Intanto Ivo e Poldo interrogavano un quartetto di paguri appena giunti sull’isola, eleganti nei loro gusci di madreperla rosa.

Franscia” dicevano quelli in coro.

Pierre, Jeraldine, Claire e Guillaume stavano fornendo a Poldo le loro generalità e aspettavano che Ivo assegnasse loro una ciabatta.

Cap 7 – Marco dal Polo

Poco più tardi sulla spiaggia ovest dell’isola di Ciabà due buffi figuri discutevano animatamente. Il gabbiano Poldo era atterrato più trafelato del solito accanto al collega Ivo, gracchiando parole incomprensibili.

Vuoi calmarti?” lo riprese Ivo, ma Poldo continuava ad agitare le ali provocando una grande dispersione di piume bianche e grigie.

E’ gigantesco” ripeteva. “Enorme. Il paguro più grosso e più lungo e più strano che io abbia mai visto”. “Non dire sciocchezze” rispondeva Ivo, che lo ascoltava distrattamente.

Marco si risvegliò indolenzito parecchio, o almeno così gli parve, tempo dopo. Gli sembrava di non riuscire a muovere le gambe e sentiva qualcosa di pesante sulla schiena che gli impediva di muoversi. Riconosceva la sabbia sotto la pancia e ne vedeva una lunga distesa davanti a sé. Non riusciva ad alzarsi, e così procedeva in avanti trascinandosi con le mani.

Stava appunto sputacchiando qualche granello di sabbia che gli era entrato in bocca quando li sentì parlare.

E’ nella tua lista?” Diceva il gabbiano spelacchiato a queall’altro più composto, che reggeva in mano una specie di block notes con gli anelli.

Non mi sembra proprio“ rispondeva quell’altro, sfogliando le pagine un poco innervosito.

Eppure dovrebbe esserci … O ci avranno di nuovo dato elenchi non aggiornati?

Sarà così senz’altro” tagliò corto il bel gabbiano.

Certo che è proprio uno strano paguro” proseguì il gabbiano spettinato. “Verrà forse dall’Olanda? Sai che là sono tutti un po’ strani!

Secondo me è messicano” rispose secco l’altro “ma francamente me ne infischio. Muoviamoci a registralo che poi ho da fare. Come vedi stanno già arrivando!

A quel punto il gabbiano spelacchiato si avvicinò a Marco e gli chiese:  “Chi sei?

Marco non aveva ancora ripreso totalmente conoscenza. Cercava di muoversi, in uno stato a metà tra sogno e veglia. Pensava a Marco Polo e queste furono le sue prime parole sull’isola di Ciabà. “Marco Polo” disse tra sé e sé.

Marco che arriva dal Polo” strillò il gabbiano al suo collega.

Ecco perchè quello strano guscio” sentenziò l’altro  “Dicono che là faccia parecchio freddo”.

Sud o nord?” incalzò l’uccello.

Ma Marco ripeteva solo quelle due parole, perciò venne registrato sull’isola di Ciabà come Marco proveniente dal Polo.

Questo è grosso. Dove lo sistemiamo?” chiese Poldo, il gabbiano spelacchiato, al collega saputello.

Che razza di domande fai!” rispose Ivo  “Siamo l’isola con l’arena più grande di tutti i mari del mondo, ospitiamo paguri dalla notte dei tempi e tu mi chiedi dove sistemare Marco dal Polo??

Ma Ivo, peserà almeno 30 chili! E quel guscio poi, non mi convince per niente!

Ivo corrugò la fronte per qualche secondo, quindi decretò:

Ciabatta blu n.46, VI fila, III rocca da sinistra”.

Poldo allora si avvicinò all’orecchio di Marco e gli strillò la sua collocazione.

Cosa???” disse Marco cercando senza successo di alzarsi in piedi.

Ma Poldo e Ivo erano già andati via.

Appena Marco ebbe liberato il canotto dalla fune che lo assicurava alla barca/tana questo partì verso il largo, trascinato dalla forte corrente. Marco ne fu subito entusiasta ma il paguro, forse spaventato, si ritirò nel guscio.
La prima ora di navigazione trascorse piacevole e serena. Marco era estasiato dai numerosi eventi che si erano succeduti, immaginava il suo approdo trionfale a Ciabà e si compiaceva per il vento e le correnti marine che lo conducevano nella direzione giusta.

Il paguro però si era fatto taciturno. A dire il vero non era stato molto loquace neanche durante i preparativi per la partenza, ma a Marco non importava. Già era stato straordinario trovare un paguro parlante, figuriamoci poi se poteva anche essere simpatico!

D’un tratto Marco sentì che il vento stava aumentando. Allora, così come aveva pianificato, prese la corda e se la legò attorno alla vita, quindi passò l’altro capo attorno alla maniglia che stava a prua del canotto. Terminata questa operazione fece per assicurare alla piccola imbarcazione anche la scatola con il paguro, ma un’onda più alta delle altre, seguita da una rafficata di vento, lo colpì e per poco non fece ribaltare il canotto.

Appena si riprese dallo spavento Marco si accorse, con immenso dispiacere, che la scatola con il paguro era caduta in acqua. Allora si affacciò al bordo del canotto sconfortato per guardare il fondo e valutò di tuffarsi in acqua per salvare lo sfortunato paguro. Sperava di scorgere sul fondale scuro la bianca conchiglia del suo nuovo amico ma mentre si affannava per guardare in acqua una seconda ondata lo travolse.

Questa volta il canotto non resistette al colpo, anche perchè Marco non era più perfettamente posizionato al centro dell’imbarcazione.

L’impetuosa ondata lo ribaltò e Marco finì in acqua.

All’inizio il bambino cerco di nuotare, o quanto meno di rimanere a galla. Ripensò a Marco Polo, al coraggio che aveva dimostrato, all’intelligenza del suo eroe e alle avventure raccontate nel Milione, e lottò con tutte le sue forze contro per non essere sommerso dalle onde.

Ma la corrente era troppo forte e il canotto, che si era ribaltato e che all’inizio Marco aveva usato come materassino per restare a galla, si stava pian piano sgonfiando. Forse si era bucato. E poi Marco aveva freddo, sentiva le mani ed i piedi intorpidirsi e benchè il sole splendesse alto in cielo il bambino si sentì gelare.

Chissà cosa avrebbe detto la nonna, se lo avesse visto in mezzo al mare in quello stato. Gli avrebbe di sicuro preparato subito una tazza di latte caldo con il miele. Quello era il rimedio della nonna contro qualsiasi male e, a volte, serviva anche per “guarire” dai capricci.

Come l’avrebbe voluta Marco in quel momento una tazza di latte caldo! Del resto, quella mattina non aveva neanche fatto colazione …

Marco non salutò neanche i suoi amici. Appena li vide prese a raccontare tutto d’un fiato del paguro che gli aveva dato dell’idiota, del raduno centenario sull’isola di Ciabà e di quello che gli aveva detto il nonno. Fece un respiro solo quando ebbe detto tutto, davanti agli amici attoniti.

Nel frattempo era arrivato anche Geremia, che mangiava un gigantesco panino dal quale grondavano gocce di ketchup.

Appena Marco ebbe terminato il racconto Arturo afferrò il paguro e guardando dentro il buco della conchiglia urlò “Parla!”. Il povero paguro terrorizzato si fece ancora più piccolo e si nascose all’interno, ma Arturo non demordeva e urlacchiando scuoteva con forza il guscio per far uscire l’animaletto.

Il paguro allora raccolse tutto il suo coraggio e, rapidissimo, estrasse l’appuntita zampina che pizzicò la morbida carne del pollice di Arturo. Questi lasciò di colpo la conchiglia lamentandosi per il pizzicotto.

Geremia iniziò a prendere in giro Marco. Francesco gli disse che era il solito inventa storie.

Arturo intanto aveva già in testa un nuovo gioco. Afferrò una fionda e urlò al gruppo  “Andiamo a vedere se sono arrivate le giostre! Mio fratello ha detto che quest’anno metteranno anche gli autoscontri!

Siii! “ urlarono gli altri, ad eccezione di Marco.

Il rumoroso gruppetto uscì facendo un gran baccano. Arturo, come sempre, guidava la banda. Subito dopo Francesco gli dava manforte. Geremia li seguiva arrancando, ancora masticando non si sa bene cosa, dato che il panino l’aveva finito.

Isola di Ciabà - BarconeMarco li vide allontanarsi sollevando un pezzo di legno che componeva le pareti della stiva. In molti punti il legno era così marcio che loro potevano spostarlo con facilità per guardare fuori senza essere visti. Mentre Marco osservava a malincuore gli amici che se ne andavano il paguro riprese a gracchiare.

Invece di stare là impalato riportami dove mi hai preso!
Ma tu parli? “ riprese Marco “E perchè? Tutti i paguri parlano? E perchè non vi avevo mai sentiti?

Marco prese a tempestare di domande il paguro, ma quello non lo stava neanche a sentire e si allontanava per trovare l’uscita ripetendo che non avrebbe mai fatto in tempo.

Visto che il paguro non gli rispondeva Marco, per attirare la sua attenzione e quasi senza pensarci, esclamò “Ti accompagno io!

Cosa?” domandò il paguro d’un tratto attento e interessato.
Ma si certo” riprese Marco “saremo a Ciabà entro sera!
Ma come? “ s’informò il paguro.
Col canotto di Francesco! “ propose sicuro Marco, che in verità non ci aveva ancora pensato.
Spiegami bene “ rantolò il paguro, piuttosto incuriosito.
La corrente del mare tira sempre verso l’isola di Ciabà. Basterà montare a bordo e tenerci stretti. Saremo là in un baleno!
Ma tu sei un marinaio? “ chiese il paguro.
Certo! “ rispose Marco, infilandosi la mano in tasca ed assicurandosi di aver preso la bussola, nella fretta di quella strana mattinata.

Il paguro non sembrava molto convinto. Ricordava infatti che i marinai indossassero sempre un berretto diverso da quello di Marco, che fossero in media più alti e si distinguessero per le loro profonde cicatrici.

Ma dato che Marco aveva una bussola, proprio come i marinai più esperti, e che comunque lui era un paguro giovane e poteva anche sbagliarsi, decise si fidarsi di quella strana creatura.

Del resto, se voleva arrivare in tempo per non perdersi il canto d’inizio non aveva altra scelta.

Marco si fiondò fuori e prese a gonfiare il canotto con tutto il fiato che aveva in corpo. Quando fu soddisfatto del risultato, un’ora dopo circa, corse nella stiva a prendere l’occorrente per il viaggio.

Svuotò la scatola che conteneva le conchiglie, la riempì di sassolini e ci posizionò dentro il paguro, affinchè potesse avere durante il lungo viaggio un alloggio piacevole e sicuro. Scelse con cura alcune corde, che gli sarebbe tornate utili magari per legare sé stesso e la scatola al canotto, e infine afferrò un bastone di legno che fungeva da spada che sarebbe stato indispensabile se in mare avessero incontrato dei pirati.

Caricò il canotto e ci montò dentro.

Non si ricordava che fosse così stretto. Doveva esserne passato di tempo dall’ultima volta in cui ci era salito!
Per entrarci tutto dovette rannicchiare le gambe e fare spazio alle sue attrezzature…

Marco si svegliò al sorgere del sole, con tutta l’energia tipica della sua età. Si vestì rapidamente e scese in cucina, pieno di interrogativi e di entusiasmo per quella nuova splendida giornata. La nonna era già in piedi e aveva preparato la colazione ma Marco non aveva tempo perchè doveva correre giù al porto. Doveva tornare al paguro day o comunque ritrovare quel pazzesco raduno, qualunque nome il nonno o il fratello di Arturo volessero dargli.

Corse senza fermarsi per le vie del paese, schivando i carretti dei commercianti che si preparavano per il mercato e le massaie mattiniere che chiacchieravano agli angoli delle vie trascinando bambinetti piagnucolosi. Meno male che lui “ormai” era grande, pensò Marco.

Arrivò al porto senza fiato, per scoprire con immensa delusione che della buffa adunata non restava che un minuscolo paguro arrancato sulla roccia più alta e tormentato dalle onde di un mare non proprio tranquillo. Si sedette allora sulla carcassa del vecchio barcone di legno, tana del suo gruppo di amici, in attesa di Arturo, Francesco, Geremia e Roberto, smanioso di raccontare la sua storia.

Geremia sarebbe arrivato ultimo, già lo sapeva. Quel ciccione non voleva mai correre!

Arturo era il suo migliore amico, fin da quando erano piccolissimi, e sarebbe arrivato per primo. Marco gli avrebbe raccontato dell’incontro sull’isola di Ciabà e insieme sarebbero partiti per partecipare al singolare evento.

Al suo ritorno Marco avrebbe anche scritto un lungo tema, completo di disegni dell’isola, e la maestra l’avrebbe letto davanti a tutta la classe. Tutti l’avrebbero ammirato, anche Martina, e nessuno avrebbe più detto che lui raccontava fandonie e che suo nonno era un vecchio marinaio che si era bevuto il cervello.

Marco si dondolò sulla barca, poggiando i piedi sul piccolo canotto attaccato con una corda al natante.

Era di Francesco ma lui, che era il più educato e generoso del gruppo, permetteva a tutti di utilizzarlo, perchè loro erano amici.

E in un piccolo villaggio come quello in cui diventava grande Marco l’amicizia era tutto. Le mille avventure di ogni giornata dipendevano infatti dalla banda di amici di cui ognuno faceva parte. Loro cinque si erano scelti, Marco lo sapeva, e sarebbero rimasti insieme per sempre. Avrebbero navigato in lungo e in largo il bel mare che accarezzava la terra di casa loro, proprio come aveva fatto il nonno.

D’un tratto Marco si ricordò del paguro. Scattò dentro il barcone e si accucciò per ficcarsi dentro il buco che conduceva a quel che restava della stiva. Scostò un vecchio asse di legno marcio e si calò nella tana che custodiva i tesori raccolti qua e là da un gruppo di undicenni: una scatola piena di conchiglie di ogni forma e dimensione, corde e cordini di tutte le misure, per ogni evenienza, pezzi di legno adattati a fionde e spade e un vecchio anello con una pietra azzurra che avevano trovato in spiaggia quel giorno in cui era affondato quel mercantile. Ed ecco il paguro, tra la rete da pesca rubata al nonno di Geremia e quella moneta straniera che Marco aveva trovato al mercato.

Marco afferrò il paguro e lo sollevò davanti al suo naso per osservarlo meglio. Subito il minuscolo animale uscì dal guscio, agitando le zampette come un forsennato, e gridò “Brutto idiota!”.

Cosa?? “Marco fece un balzo spalancando ancora di più i grandi occhi nocciola con i quali osservava stupito il mondo e balbettò  “hai … hai … pa … pa .. parlato?

Si. Si. Si .” rispose lesto il paguro “idiota che non sei altro!

Marco d’istinto lasciò cadere la conchiglia a terra e indietreggiò sturandosi le orecchie. Il paguro dapprima si ritirò, poi subito si arrampicò su per il guscio e fece nuovamente capolino all’esterno, con la sua voce decisa e gracchiante.

Ma guarda se fra tutti gli abitanti dell’isola proprio questo stupido mi doveva capitare!

Scusi signor paguro … “ si riprese Marco.

Scusi un corno! “  gracchiò il paguro muovendosi lentamente verso il ponte “non farò mai in tempo. Ecco. Idiota!

Marco stava per chiedere “In tempo per cosa?” quando si ricordò dell’isola di Ciabà. In quello stesso momento però Arturo e Francesco fecero una rumorosa irruzione nella stiva e il povero paguro tornò spaventato all’interno del suo guscio.